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giovedì, 12 gennaio 2006


categoria:letteratura italiana
 


Nordest: paesaggi smarriti nella nebbia

di Alberto Carollo

venerdì 16 dicembre 2005 , villa Lattes via Thaon di Revel 44, Vicenza.

Premesse.
Buonasera a tutti e grazie di essere intervenuti a un'altra serata di Libero Libro [narrativa & dintorni], patrocinato dal laboratorio di scrittura creativa CaRtaCaNta© in collaborazione con la Circoscrizione n. 6 del Comune di Vicenza, che colgo l’occasione di ringraziare.

Il tema della nostra chiacchierata, che inframmezzeremo ad alcune letture scelte, è - come si intuisce dal titolo - il tanto discusso e controverso Nordest. Lungi dall’essere completo e articolato, il mio intento in questa sede è quello di tracciare le coordinate di un percorso/discorso, dettato in primis dal mio gusto personale, in grado di fornire un’immagine, a volte sghemba a volte calzante, del paesaggio veneto e del Nordest in generale. Il concetto di paesaggio va in questa sede inteso a tutto tondo: delineerò un orizzonte (grigio e nebbioso, dai contorni sfocati), sul quale staglierò delle città. Poi ci metterò la mia gente, dei veneti, e proverò a comporne un plausibile ritratto (impresa ardua e improbabile: il “tipo” veneto è un essere polimorfo e sfuggente).

1. Un punto di vista privilegiato: l’approccio emotivo dello scrittore.
Essendo il nostro laboratorio un osservatorio dei meccanismi che presiedono la scrittura creativa, va da sé che il punto di partenza di questa ricognizione è, manco a dirlo, quello narrativo. Ritengo che quello dello scrittore sia un punto di vista privilegiato; lo scrittore dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) prendere distanza da posizioni politiche (quando queste non coincidano con una consapevole passione civile che ne connota anche la poetica), religiose, da pressioni di gruppi di potere, da interessi professionali o, nello studioso di una qualche disciplina, da un indirizzo vincolato e circoscritto allo specifico campo di applicazione delle sue competenze. Quello che mi piace in uno scrittore (quando è un buon scrittore e non si prende troppo sul serio) è il suo approccio emotivo. Lo scrittore è o dovrebbe essere una sorta di genio dell’inesperienza; i suoi occhi si posano sulla realtà del mondo e delle cose come se ogni volta fosse la prima volta. Tutto viene filtrato dal setaccio della sua meraviglia e sorge in lui, spontanea, la necessità di affabulare, di raccontare  storie su quanto ha visto. La rappresentazione di questo mondo, plasmato per la pagina ad uso e consumo del lettore, è un ecosistema che si autogoverna, che segue leggi che gli sono assolutamente peculiari e che non prevedono ingerenze esterne. Il filtro dello scrittore ricombina tutto a seconda del suo capriccio, come in un bizzarro dipinto cubista. Per noi lettori può essere condivisibile o meno, può essere attendibile o meno: non ha importanza. Ciò che lo scrittore ci offre, al termine del processo, è un paesaggio curioso e attraente. Come lettori disponiamo di un’opera divertente o perturbante a seconda dei casi, che si può rivelare un efficace strumento di conoscenza, in bilico tra realtà e immaginazione.

  Rimanendo in tema di immaginario, è opinione piuttosto diffusa che la letteratura sia incline al pessimismo nei confronti della condizione umana, che ritrovi un alimento congeniale nella mitologia della decadenza. Nel caso dell’attuale disagio esistenziale del Nordest, più di un commentatore ha invece rilevato che la realtà degli eventi sembra superare di gran lunga anche la fiction  più negativa e catastrofista.

2. Camera con vista: abitare nelle città senza centro.
Il Veneto è diventato negli ultimi anni una sorta di luogo comune – un po’ come la Milano da bere degli anni ’80, per intenderci – ad uso ed abuso dei mass media e dei più o meno sagaci osservatori e tuttologi. E’ il simbolo di un modello economico e territoriale, un’icona poliedrica e sfaccettata, cristallizzata in un termine semplice e pregno di significati: Nordest. Non c’è più il Veneto di una volta direbbero i nostri vecchi, utilizzando un vecchio adagio altrettanto frusto. Se non che a onor del vero sarebbe difficile dargli torto. Abitare nel Veneto significa oggi fare i conti con una realtà indefinita, un nuovo mondo “senza centro” come viene definito da più parti, compreso nel Pentagono delimitato dai poli urbani di Venezia, Treviso, Bassano del Grappa, Vicenza e Padova. Il Veneto, non a caso, è stato paragonato alla “città postmoderna”, il cui modello planetario per antonomasia potrebbe essere Los Angeles. Con la città americana il Veneto condivide la prosperità produttiva ed economica, ma non solo; fruire di un tale benessere implica anche rendersi consapevoli di un disagio e dei costi sociali e ambientali che questa ricchezza comporta. Ma meglio di tante analisi può l’entrare nel vivo della percezione del paesaggio Nordest, l’aprire una finestra virtuale e renderci conto criticamente di quanto ci circonda. Lo facciamo con un brano da un recente noir di Massimo Carlotto e Marco Videtta, Nordest. In apertura del romanzo, gli autori connotano in modo molto efficace il paesaggio al quale ci riferiamo; le prime pagine basterebbero da sole per renderci conto di quanto la geografia veneta si configuri sotto molteplici aspetti come una geografia del malessere.

[lettura da Nordest, di Carlotto e Videtta (Edizioni e/o, 2005, pagg. 7-9)]

Il territorio è solcato da infrastrutture che collegano le varie isole di questa Megalopoli, congestionate da un traffico convulso e inarrestabile. La zona industriale della città che ci si lascia alle spalle è infinita, si è fagocitata tutta la campagna d’intorno, in una sorta di incoercibile horror vacui che si riesce a sedare solo costruendo “fin che il territorio non finisce, fin che non c’è più spazio”, come scrive Vitaliano Trevisan in I quindicimila passi.

[lettura da I quindicimila passi, Vitaliano Trevisan (Einaudi, 2002, pagg. 76-82)]

Le cifre sul quadro insediativo regionale parlano chiaro e rafforzano le percezioni che questi autori, attenti e documentati, in costante rapporto dialettico con la società nella quale vivono e operano, fissano sulla pagina. E qui siamo sempre in ambito narrativo, ma la musica non cambia se spostiamo il tiro sul campo saggistico, dove ci viene in aiuto una recente pubblicazione: Il grigio oltre le siepi, a cura di Francesco Vallerani e Mauro Varotto, (dossier│nuovadimensione, 2005). Si tratta di una raccolta di articoli e di voci del disagio, con una ricca bibliografia e un interessante apparato fotografico, al quale hanno lavorato geografi, ricercatori, docenti, scrittori, semplici cittadini e lavoratori del Nordest. Nella galassia Nordest - riporta uno dei contributi del saggio - la prima associazione che nasce spontanea è quella tra l’atto di abitare e la casa, oggetto “primo” del desiderio dei veneti, quello che in modo molto colorito viene definito dalle nostre parti mal del coppo. Buona parte degli edifici a uso abitativo è composto da monofamiliari o bifamiliari, abitazioni che rifiutano il modello a più piani, di costruzione recente e quasi tutte dotate di garage privato. La superficie media abitativa per nucleo familiare tocca in Veneto il picco più elevato, e un potente boom edilizio, durato oltre quarant’anni (con un nuovo impulso negli ultimi anni, quando l’instabilità dei mercati mondiali ha dirottato i risparmiatori verso i più ‘sicuri’ beni immobili) ha consentito a una popolazione in crescita di soddisfare le domande di alloggio e di migliorarne la qualità tecnica. Altro paio di maniche è invece l’estetica: la possibilità di costruire o progettare in proprio la casa da parte di molti proprietari è andata a saturare una già compromessa stratificazione edilizia, imperniata su un eclettismo senza freni, con case di pessimo gusto che hanno il solo scopo di distinguersi dalla massa di condomini, casette a schiera e via discorrendo. Il catalogo di questa “architettura da karaoke” è ampio: abbiamo neocasoni alla veneta, ville in stile hollywoodiano, case a conchiglia, castelli turriti neomedievali e domus neoromane. La somma di queste schegge impazzite spezza il continuum del paesaggio; come dice Amendola (2004) “si tratta di un paradiso terrestre di massa per milioni di Adamo ed Eva con la loro casetta privata (il corsivo è mio)”. La zapping city, la marmellata alla veneta è quindi definita come una città privata, nel senso duplice che aggettivo e participio richiamano: arcipelago di isole, somma di parti e possessi individuali, ma privata, mutilata di un disegno, di una organizzazione unitaria e condivisa.


La casa è diventata negli ultimi anni un bene-rifugio; tutto ruota attorno al microcosmo domestico. L’attività imprenditoriale si installa accanto alla casa, togliendole spazio abitativo; diviene prima fabbrichetta e capannone poi. Anche i momenti di ricreazione e di divertimento – e parleremo in seguito di aggregazione/evasione del Nordest – si estrinsecano nella cura maniacale del giardino, nei riti sociali del barbecue domenicale, del convivium nella taverna interrata, dove trascorrere del tempo con conoscenti ed amici, quelli ai quali Marco Paolini affibbia il divertente appellativo di “tavernicoli”. Ora, io penso che ognuno di noi abbia organizzato un barbecue con gli amici; la tipologia del “tavernicolo” si riferisce alla sua dimensione esclusiva, spesso aliena dal tessuto sociale, schiva e riluttante al confronto culturale, a volte militante, delle associazioni, dei gruppi di impegno politico e volontariato sociale, della frequentazione di conferenze, assemblee, concerti, mostre, cinema etc. Questi atteggiamenti sono visti da più parti come l’espressione di una incertezza esistenziale, presente ancor prima dell’immigrazione e della fantomatica minaccia islamica. Tutto questo è evidente nel sempre più frequente rinforzo del limite di proprietà, nelle fittissime recinzioni vegetali, impenetrabili allo sguardo a ogni stagione, nel ricorso sempre più frequente e massiccio a sistemi di allarme.

La Privatopia non è però un regno alla portata di tutte le tasche, ed è interessante soffermarci un poco sui fenomeni proliferativi della moderna lottizzazione degli spazi residenziali. Lo spazio condiviso è venuto meno, ma la retorica immobiliare ci viene in aiuto: la terminologia adottata da architetti, ingegneri, geometri, costruttori edili e divulgata da zelanti agenti immobiliari è quantomeno curiosa se riferita a moduli abitativi schiacciati e compressi, cubicoli simili ad alveari che rispondono a precise logiche di profitto. In un paesaggio diventato improvvisamente asfittico, brutto e ostile, un nome evocativo di comfort e benessere nasconde spesso un’immagine “trappola”, una patetica bugia che dietro le luci sfavillanti della ribalta nasconde una realtà grigia e deprimente. La rassegna è vasta: prendete una qualunque rivista di proposte immobiliari o entrate in un’agenzia: ci sarà sempre qualcuno pronto a dirvi che state per concludere “l’affare del secolo”, che il vostro appartamento è “illuminato dal Sole per tutta la giornata”, che si trova in “un contesto esclusivo, prestigioso e signorile”. I depliant presentano casette immerse nel verde, con alberature che non verranno mai piantate nella realtà, e ciò che sta intorno (la rotatoria trafficata, l’edificio ingombrante come l’Empire State Building, che toglie luce e schiaccia lo spazio, il capannone industriale rumoroso e inquinante nei pressi) scompare come per incanto. L’immobile è descritto come “immerso nel verde e nella tranquillità”, “in aperta campagna”, con “splendida vista”, ma sottolineando pure la “comodità ai servizi”. Le costruzioni che si inseriscono ex novo nel paesaggio pre-esistente contrassegnano la nobiltà della scelta residenziale: Abitare nel verde, Le Magnolie, I Faggi, Le Betulle, Residence Fiorito, Iris, Orchidea, Margherita, Primavera, Fontana Viva e via discorrendo. Dietro questi fondali da Cinecittà l’abitare segregato si traduce spesso nella atrofizzazione e incuria degli spazi pubblici. Manca spesso una accorta pianificazione di servizi, di tutela del bene comune e una progettazione adeguata di infrastrutture.

3. Identikit del veneto: da poareti a self-made man.
Ho dato qualche pennellata, giusto per rappresentare questo nostro paesaggio veneto, magari in modo un po’ naive se vogliamo; cercherò ora di metterci qualche figurina. Se dovessimo tracciare una sommaria carta d’identità del nostro abitante veneto tipo, come potremmo caratterizzarlo? Sono due, a mio avviso, i segni particolari e prioritari che strutturano una comune ‘identità veneta’:

  • un forte radicamento alla terra
  • la ‘religione del lavoro’

Il radicamento dei veneti alla loro terra ha delle connotazioni che affondano le loro radici in una dimensione mistico-religiosa, che affronteremo più avanti. Basti dire qui che il culto del locale, della passione della terra si è stratificato nel corso delle generazioni e può essere riconducibile al fatto concreto che per secoli i veneti hanno operato sulla loro terra come coltivatori. E anche se nel corso degli ultimi decenni la cementificazione edilizia e il capannone industriale hanno sommerso molte tracce della naturalità originaria, il culto della terra è rimasto come qualcosa di irrinunciabile. La passione per la terra e la casa stava e sta sopra ogni cosa. Sono due gli autori che vorrei chiamare in causa per marcare questo rapporto inscindibile del veneto con la propria terra. Uno è Luigi Meneghello, che con Libera nos a Malo esprime la forza del sentimento locale dei veneti. Molti di voi avranno sicuramente letto questo suo romanzo, forse il vertice della produzione narrativa dell’autore maladense, che è del 1963. Ma il paese chiuso all’ombra del campanile non esiste più; di quel curioso micro-macrocosmo sopravvivono solo le ultime vestigia e lo stesso Meneghello ne era consapevole quando, parlando del dialetto veneto come modello espressivo, affermava in sostanza che con la perdita dell’uso del dialetto non muore un modo di chiamare le cose, ma muoiono le cose stesse.

[lettura di un brano da Libera Nos a Malo di Luigi Meneghello (Feltrinelli, 1963) ]

L’altro autore è Goffredo Parise, altro illustre esponente della cultura veneta. Parise ha viaggiato in ogni angolo del globo, scrivendo interessanti e approfonditi reportage su usi e costumi delle più svariate civiltà; ma è alla sua terra d’origine che ha guardato più che ad ogni altra, è il Veneto che ha penetrato, con la sua scrittura, negli aspetti più reconditi. Il Parise che intendo proporvi questa sera è un Parise meno conosciuto; non è il Parise de Il prete bello e dei Sillabari, con quella Vicenza di beghine e piccolo borghesi ormai in via di estinzione; da Gli americani a Vicenza  e altri racconti 1952-65 ho tratto un brano da Il colle dei sette venti, racconto autobiografico nel quale l’autore ci mette al corrente del suo sofferto proposito di restaurare una casa per sé, su uno dei colli del nostro splendido Veneto.

[lettura da Gli americani a Vicenza e altri racconti 1952-65 (Oscar Mondadori, 1993, pagg. 125-133)]

Il racconto è di grande livello qualitativo proprio nella descrizione pittorica del paesaggio; la parola si sostituisce alla tavolozza nel rendere in modo quasi impressionistico un sentimento vigoroso della natura e l’immersione dell’animo in questo ambiente così suggestivo. L’elemento aereo del vento, così ineffabile, mette in risalto la capacità di Parise di cogliere il mondo in movimento, con una vasta gamma di umori sentimentali. La piacevolezza di queste pagine ci mancherà spostando l’attenzione sul paesaggio veneto odierno, evocatore piuttosto di un incalzante senso di disagio – e già lo abbiamo avvertito nella precedente lettura di Trevisan.

In effetti siamo oggi distanti dal tempo in cui Palladio, progettando la Rotonda , cercò di armonizzare la splendida villa con i dolci colli circostanti. Quella è la cultura e la civiltà dalla quale proveniamo. Pensiamo al rigore e alla limpidezza architettonica del centro storico di Vicenza. Se passeggiate per Piazza dei Signori o lungo Contrà Porti e vi viene l’uzzolo di guardare in alto, vedrete che molte statue neoclassiche ci osservano dai cornicioni. Pallade Atena, dea della casa e di Atene, ci protegge con i suoi pari, quelle statue ieratiche e silenziose che lasciano di fuori il clamore e i tumulti, che ci avvolgono in un’atmosfera di pacata e torpida quiete. Per invertire, invece, la rotta odierna dello scempio bisognerebbe cambiare la cultura, favorendo una lettura del paesaggio più ecologica, ricordando magari che Pietro Bembo, contemplando la bellezza di Asolo coniò il verbo asolare, ‘prendere fresco, respirare’, cifra dell’ozio e dell’intima riflessione, ripreso da Robert Browning nel suo poemetto Asolando (1839). Guido Piovene affermava che le brutture edilizie non nascono solo per speculazione, ma anche per poco affetto verso i luoghi della memoria e delle radici: come dargli torto?

  ‘Religione del lavoro’ è una metafora calzante per descrivere il fenomeno e darsi qualche risposta sulla crescita economica del Nordest. Il lavoro è la fede più condivisa, è la valorizzazione ideologica dell’iniziativa personale, è l’architrave della società nella sua declinazione veneta. E non a caso la disciplina del mercato del lavoro è stata costruita con una rete di protezione in cui la famiglia è il perno esclusivo. Diciamocelo pure: ai veneti il lavoro non ha mai fatto paura. Ben lo sapevano quegli “agenti” al soldo di potenze come Argentina e Brasile, giunti alle soglie del Novecento in un Veneto intaccato da sacche di povertà, afflitto da pellagra e malnutrizione, per reclutare manodopera: emigrarono intere famiglie, alle quali venne pagato il biglietto della traversata. Questa capacità di sottoporsi a ritmi massacranti di lavoro è uno dei punti di forza dei veneti. Una ricetta semplice: praticità e ingegno; l’abilità di ricombinare in modo originale elementi noti, una qualità che ci ha condotti di filato a quel boom economico che ha fatto del Nordest – fino a qualche tempo fa, è d’obbligo ricordarlo – la locomotiva d’Italia. Riccardo Illy, imprenditore del caffè e sindaco di Trieste parla di cultura del lavoro, di forza d’animo, di una volontà di applicazione, di uno spirito di sacrificio senza paragoni. Un esempio riportato da Gian Antonio Stella nel suo Schei, dal boom alla rivolta: il mitico Nordest è quello del duomo di Venzone, primo paese sulla strada della Carnia, distrutto dal terremoto del maggio 1976 e rimesso in piedi dagli abitanti del paese che, come tante formichine, recuperano le pietre e con infinita pazienza ricompongono l’edificio nel giro di sette anni. Perché intestardirsi tanto, dannarsi l’anima invece che affidarsi allo Stato? Non potevano fare una catena umana col parroco e la statua del Cristo Re, come i siciliani di Noto intorno al loro duomo crollato? L’assessore alla ricostruzione, la maestra Miriam Calderari, sbarrando gli occhi ha risposto: “Se tuo figlio si ferisce a una gamba non aspetti che venga il dottore perché tocca a lui: cominci a curarlo tu.” Dal reportage di Stella, ch’è ormai diventato un best-seller, abbiamo estratto un passaggio da L’epopea di un popolo di ex-poareti, dove a risaltare è proprio questa “imprenditorialità infettiva” che, nello specifico caso dell’industriale Massimo Donadon, diviene geniale intuizione nel creare, dal nulla, un business internazionale della derattizzazione.

[lettura da Schei di Gian Antonio Stella (Oscar Mondadori 2000, pagg. 25-31)]

Certo queste caratteristiche hanno pure i loro aspetti negativi; ingegno e lavoro in molti casi sfociano in forme di dipendenza patologica e totalizzante, che arrivano a fagocitare anche il più piccolo lacerto di tempo libero a disposizione. C’è un brano che ben si presta ad esemplificare questa “sindrome del lavoro”, ed è contenuto in un altro libro di Vitaliano Trevisan, Un mondo meraviglioso, un lungo monologo in prima persona, scritto quasi senza respiro, con l’andamento e il groove di uno standard jazz che esprime egregiamente, nelle sue divagazioni attorno a un tema reiterato più volte, il motivo maniacale dell’organizzazione del proprio tempo in funzione dell’attività lavorativa.

[lettura da Un mondo meraviglioso, di Vitaliano Trevisan (Theoria, 1997, pagg. 23-26)]

4. Il veneto e gli altri. Il rispetto della diversità.
“L’emigrante si sdraia vestito e calzato sul letto, ne fa deposito di fagotti e valigie, i bambini vi lasciano orine e feci, i più vi vomitano: tutti in una maniera o nell’altra, l’hanno ridotto dopo qualche giorno a una cuccia da cane. A viaggio compiuto, quando non lo si cambia, ciò che accade spesso, è lì come fu lasciato, con sudiciume e insetti, pronto a ricevere un nuovo partente.”

Questo non è il resoconto di uno di quei viaggi della speranza che siamo soliti vedere nelle cronache in tivù, con quelle bagnarole male in arnese, rigurgitanti di immigrati stipati come sardine al largo delle acque siciliane. Si tratta di una testimonianza del 1908 di un certo T. Rosati; i protagonisti del racconto erano vicentini, bellunesi o friulani che affrontavano l’oceano nelle stive dei transatlantici per andare a cercare fortuna in America. Lo spunto dato da questa introduzione ci conduce a una inevitabile riflessione sulle sfide che la crescente immigrazione pone al Veneto odierno. Come sostiene il prof. Graziano Rotondi, docente di Geografia presso l’Università di Padova, nel suo contributo Le sfide dell’altrove in casa contenuto ne Il grigio oltre le siepi,  i veneti sembrano aver dimenticato che anche loro sono stati un popolo di emigranti fino agli anni ’60 del secolo scorso.  Attualmente siamo secondi solo alla Lombardia come numero di stranieri registrati ( la Caritas fa notare che i dati del censimento non sono attendibili perchè raccolti a ridosso dell’approvazione della legge Bossi-Fini, 189/2002, e perciò non è lecito aspettarsi che gli stranieri abbiano collaborato granché). Interessate al fenomeno sono, in ordine decrescente, Treviso, Verona, Vicenza, Padova e Venezia, dove gli immigrati sono distribuiti per lo più in prossimità dei poli industriali e artigianali. Al giorno d’oggi capita con frequenza di incontrare uno straniero, sia nello svolgimento delle sue mansioni lavorative che in situazioni di svago o necessità (passeggiate al parco o supermercati), ma il modo in cui sono soliti vivere ci rimane profondamente sconosciuto. La casa è il problema prioritario per l’extracomunitario, e poco è stato fatto nel riutilizzo di tanti edifici dismessi sparsi nel nostro territorio. Sono strutture per le quali si potrebbero studiare soluzioni abitative flessibili, ripensando la loro destinazione (improbabile, magari, secondo il nostro concetto di casa) con criteri diversi: non dimentichiamo che nella quotidianità dell’immigrato non è così netta la distinzione degli spazi tra parte giorno e parte notte. Uno stesso vano può essere usato nell’arco dell’intera giornata. Per l’immigrato spesso quattro mura costituiscono un riparo ma pure un luogo e un fondamentale momento di aggregazione tra connazionali. L’articolo di Rotondi si rivela ancor più interessante quando, tralasciando momentaneamente l’analisi dello studioso, si sofferma nella descrizione del confronto tra veneti e stranieri, nella quotidianità dei nostri ambienti lavorativi, con uno sguardo sottile e di sorprendente realismo.

[lettura da Il grigio oltre le siepi, Le sfide dell’altrove in casa, di Graziano Rotondi, (pag. 59)]

Il Veneto non sembra, quindi, realmente pronto ad un confronto interculturale, ad aprirsi in modo positivo al diverso, soprattutto quando gli stranieri non dispongono ancora delle risorse atte a creare un fronte compatto di dialogo, in quanto l’eterogeneità della provenienza non li tiene uniti a sufficienza.

5. Veneti: gente tagliata tra Dio e Dioniso.
Nel 1991 uscì uno studio, pubblicato dalle Edizioni Egida di Vicenza, dal titolo: Dio o Dioniso, valori e atteggiamenti nella Vicenza degli anni novanta, siglato da Giovanna Benatti e Antonio Gesualdi. Il lavoro di ricerca, di indirizzo sociologico, tentava di fare il punto su cosa è cambiato, come e perché, e in quale direzione si stavano muovendo i valori etici, sociali e religiosi dei vicentini. Nell’introduzione del prof. Enzo Pace, dell’Università di Padova, si poteva leggere: “La religione resta un genere di conforto di largo uso, ma la tendenza tutta moderna delle persone del nostro tempo a far da sé anche nella costruzione dei sistemi di credenza comincia a farsi strada nella apparente stabile confortevole società vicentina.”

Soffermiamoci su questa caratteristica del  far da sé: nei suoi rapporti con le autorità consolidate, il potere politico come quello religioso, nella sfera privata come in pubblico, il Veneto di oggi (estendiamo la tipologia a tutto il Veneto) e di ieri, non si è forse concesso tutte le libertà che ha potuto prendersi? Molti di voi ricorderanno il film di Pietro Germi, Signore e Signori, uscito nuovamente nelle sale pochi anni or sono, doverosamente restaurato, con quei tradimenti alle mogli, le bevute di vino, le piccole/grandi libertà di non stare soggiogati per filo e per segno alle direttive dei parroci, salvo poi cercare di tenere in piedi una posticcia facciata di irreprensibilità. Alla Chiesa si poteva disobbedire e nessun veneto si risparmiava una bestemmia se qualcosa non andava per il verso giusto. Eppure, nelle considerazioni conclusive, il saggio in apertura riportava quanto fosse ancora diffuso il senso del religioso/sacro nella nostra terra; tuttavia era forte l’impressione che questa religiosità reclami uno sganciamento da parametri istituzionali nella direzione favorevole all’individuo. Dio o Dioniso, perciò, e in effetti non ci si può esimere dal riconoscere al mondo Veneto questa duplicità. La civiltà veneta si porta appresso una sorta di paganesimo (avvinghiato a quel senso di religiosità della terra nativa, alla quale abbiamo accennato più sopra; al culto delle divinità locali). Pensiamo all’arte dominante della cultura veneta, la pittura, con quelle scene arcadiche presso le fonti, tra i boschi dove si celano ninfe e satiri. Pensiamo a Gli Asolani di Pietro Bembo, libello di prose e versi, riflessione sulla natura dell’amore, nella sua accezione sensuale e cortigiana - nelle passeggiate sospirose tra il verde della villa di Caterina Cornaro -, ma anche nella dimensione filosofica e spirituale di quel neoplatonismo di stampo fiorentino, fonte sapienziale alla quale anche Giorgione si dissetò. E più concretamente pensiamo ancora a Palladio, ai suoi palazzi e alle sue ville ispirate direttamente al tempio ellenico. I nobili del passato amavano il loro possesso, come un regno inalienabile; potevano fare ciò che volevano, anche al di fuori di ogni morale cristiana che veniva sempre da centri di potere lontani. E se loro si concedevano ogni lusso, il contadino aspirava a non esser di meno, a salire nella scala sociale e assomigliare al suo modello. E via ai culti pagani: la selvaggina, la buona cantina, la verdura e la frutta degli orti, la polenta e il fumo del focolare. Per esprimere le caratteristiche ondivaghe del veneto, o sarebbe meglio dire fluttuanti, quasi che la nebbia fosse la cifra esteriore di questo dualismo, del rendere incerta ogni categorizzazione definitiva, abbiamo pensato allo scrittore vicentino Giuseppe Ausilio Bertoli, nato nel 1945 a Grumolo delle Abbadesse. Laureato in sociologia, Bertoli si occupa di comunicazione e di antropologia economica. Ha pubblicato, tra le altre cose, le raccolte di racconti Amore per ipotesi (1994) e Gente tagliata (1996). La peculiarità della scrittura di Bertoli è quella di avere un occhio di riguardo per la gente umile della provincia veneta, le cui storie non esaltano virtù o difetti ma, semmai, qualche testardaggine o innocua mania, e restituirci dei personaggi che emanano, nella loro semplicità, una sorta di incanto. E’ gente tagliata, nella doppia accezione del senso: quello figurato, dell’avere un’inclinazione, una disposizione per qualcosa (e certe qualità il veneto le ha nei cromosomi); e quello letterale, che il Bertoli scrittore confeziona per noi, fatto e tagliato, come un quadro d’interni, un frammento di paesaggio veneto in forma di racconto.

[lettura de I morosetti di Monache, tratto da Amore per ipotesi, Campanotto narrativa, Udine, 1994, (pagg. 19-31)]

Alla luce di quanto letto, nessuna chiosa ci sembra più adeguata quanto l’explicit nelle conclusioni finali alla ricerca sociologica che cercava di rispondere alla domanda retorica: Dio o Dioniso? Nel testo citato il congedo dei curatori, Benatti e Gesualdi, è riportato addirittura in maiuscolo: “E CI SEMBRA CHE OCCORRERA’ MOLTO TEMPO PRIMA CHE IL VICENTINO SIA IN GRADO, ASSUMENDOSENE LA PIENA RESPONSABILITA ’, DI SCEGLIERE CON PIU’ CHIAREZZA DIO O DIONISO”.

6. Evasione a Nordest: tra Bar Sport, Rave-Party e Isole di sesso.
Un ulteriore e interessante aspetto da esplorare è quello relativo alla dimensione del tempo libero. Cosa può significare una parola come tempo libero in un territorio dove la ‘sindrome’ o ‘religione’ del lavoro è una forma di dipendenza compulsiva che ingloba ogni spazio libero delle attività umane? Torniamo alle nostre sibille preferite: gli scrittori. Lo abbiamo ascoltato nel passo di Trevisan: se cessa l’attività lavorativa si avverte il senso di vuoto, un vuoto che deve essere riempito con qualcos’altro. Di più: come si connotava, ieri, e come si configura oggi l’aggregazione sociale a Nordest? E’ aggregazione, o piuttosto “evasione”, fuga dal disagio e dall’inquietudine, dalla mancanza di senso in ciò che si fa? E’ vero, allora, come sostengono alcuni osservatori, che la sospensione dell’operosità, il distogliere i propri interessi dalle consuete logiche del profitto individuale genera angoscia e spaesamento?

Ho messo molta carne al fuoco e poche sono le risposte. Cerchiamo perciò di orientare queste curiosità in una esplorazione delle diverse modalità di evasione a Nordest, con una scelta trasversale, che tenga conto delle differenze di generazione ed estrazione sociale. Andremo perciò a zonzo con Roberto Ferrucci, che in Andate e Ritorni scorribande a Nordest (2003) attraversa – memore del Nanni Moretti di Caro diario – il Veneto a cavallo di una vespa, senza seguire un percorso preciso, per raccogliere liberamente immagini, impressioni e colori, rese con una prosa piana e diretta, da reportage giornalistico, ma con l’occhio attento di chi sa cogliere le sfumature più sottili, i dettagli più inaspettati, e ricomporli in quadretti nitidi e obiettivi che non desiderano fare alcuna sociologia, né spiegare alcunché. Con Ferrucci entreremo al Bar Sport di Caldogno, alla vigilia degli ottavi di finale dei mondiali di Francia, dove verrà evocato, per l’occasione, l’idolo di casa: Roberto Baggio. Oppure ci faremo un tour dei villaggi spese, le moderne cattedrali, dove milioni di famiglie convergono ad officiare il rito del consumismo. Non solo; con Ferrucci entreremo in un lap dance della marca trevigiana, dove splendide ragazze sudamericane intrattengono fior di libero professionisti, industriali e imprenditori, personaggi in vista della politica e della cultura. Torneremo infine a Carlotto e Videtta, per un assaggio di un probabile scenario di evasione estrema, della fuga da ogni responsabilità nei paradisi artificiali della droga e dei rave-party per i ricchi rampolli del Nordest, progenie priva di rotta di quella generazione di uomini che ha forgiato dal nulla il miracolo economico delle piccole e medie imprese a conduzione famigliare.

[letture da A/R Scorribande a nordest: Caldogno: mille metri di bandierine (pag. 21); Villaggi spese (pag. 101); Isole di sesso (pag. 121) di Roberto Ferrucci]

[lettura da Nordest, di  Carlotto-Videtta (pag. 116)]

7. L’Impero colpisce ancora: i ribelli di San Pietro di Rosà contro la Morte Nera.
In chiusura di questa carrellata, dove abbiamo sorvolato rapidamente questioni diverse e complesse che meriterebbero un ciclo di incontri per essere sviscerate a dovere, vorremmo proporvi una testimonianza dove la scrittura diventa impegno civile, strumento di consapevolezza collettiva e motore di un risveglio generale delle coscienze. Nella trama da giallo del libro di Carlotto e Videtta non mancano pagine dedicate a losche attività che vanno sotto il nome di ecomafia; ma questo termine, parlando del Veneto, potrebbe sembrare per molti un aspetto della cronaca da confinare nelle pagine di un romanzo, o appannaggio di società geograficamente più lontane da noi. Eppure gli eventi di San Pietro di Rosà ci toccano molto da vicino e sono, purtroppo, poco conosciuti per più o meno comprensibili ragioni di gruppi di potere che hanno tutto l’interesse a che essi non vengano divulgati. San Pietro è una piccola frazione del Comune di Rosà (a sud di Bassano del Grappa) che si ribella alla costruzione abusiva di un complesso industriale a ridosso delle case. Un complesso di 140.000 mq destinati alla costruzione di varie attività tra le quali spicca principalmente una Zincheria per la quale non esistono legali concezioni edilizie. Il presidio, attivo dal 2002, resiste all’abuso di potere dell’amministrazione comunale che non tutela il cittadino e sostiene di non avere il tempo di ascoltarlo. La protesta è rivolta a chi sostiene che un tale scempio possa costituire una risorsa industriale dedita allo sviluppo, a chi non si ferma di fronte a niente e nessuno pur di perseguire il proprio profitto, di chi non si fa scrupolo di cancellare il paesaggio naturale e scaricare nel sottosuolo sostanze tossiche che intaccano le risorgive, di chi trama nell’ombra, ricorrendo alla propria influenza, per togliere alla comunità anche il diritto di cronaca, per la vergogna di ciò che raccontava ai giornali.

[lettura di brani selezionati da San Pietro di Rosà: il presidio ribelle, di Daniele Pasinato e Lorenzo Signori, da Il grigio oltre le siepi (pag. 269 e seguenti)]

Conclusioni.
Ringrazio la pazienza e l’attenzione con la quale avete seguito queste mie chiacchiere. Spesso, come abbiamo visto, gli scrittori hanno saputo cogliere prontamente, con l’approccio della loro peculiare sensibilità, il senso di disagio e inquietudine per i grandi mutamenti occorsi nella società e nel territorio del Veneto, in molti casi anticipando le trattazioni scientifiche dei “proti” (gli esperti, in antico veneziano). In più, hanno saputo esprimere in maniera mirabile questi sentimenti e queste idee, contribuendo in modo rilevante alla loro divulgazione anche tra i non specialisti. Per quanto mi riguarda, il Veneto ha oggi bisogno di una inversione di tendenza; il senso malinteso della conquista del denaro come unica via per attingere al benessere va posposto al recupero del patrimonio culturale e all’adozione di una politica condivisa di rispetto e tutela dell’ambiente. Non posso che ribadire, al riguardo, e fare mie le preziose parole del poeta Andrea Zanzotto: “Salvare il paesaggio della propria terra è salvarne l’anima e quella di chi l’abita”.

scritto da cigale | 18:14 | commenti (2)

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martedì, 20 luglio 2004


categoria:letteratura italiana, stefano benni
 


Intervista a Stefano Benni

Parte uno — Domande del WebMaster

Tre anni fa, quando abbiamo organizzato la prima “intervista telematica”, ti dicevi assai sospettoso di Internet. Ora che ti sei fatto un’idea più precisa del mezzo, che giudizio ne dai?
Ancora ho le idee confuse. Da una parte, trovo che sia un veicolo straordinario di comunicazione orizzontale (anche se non quanto il sesso). Ha abbassato del 15% gli spettatori televisivi e questo è straordinariamente meritevole. Gente che non scriveva lettere da anni ora le scrive a decine, anche se le chiama e-mail. Dall’altra parte Internet è diventato un moltiplicatore di consumi, spesso in modo nevrotico. Poi mi fanno paura lo strapotere di Bill Gates, grande elettore di Bush, e l’uso spionistico dei dati. Sarà una dura battaglia rendere il più possibile libero il mondo della Rete. Una della tante battaglie che ci aspetta.

Il nuovo libro.
Leggetelo e ditemi voi.

Come è cambiata, se è cambiata, la tua scrittura.
Faccio più fatica.

Il più bel libro uscito nell’ultimo anno.
L’ultimo di Amos Oz, in libreria in questi giorni. Gli ultimi Tibor Fisher e Medina Reyes. Una raccolta dei testi di Tom Waits. Poi Montesano tra gli italiani, e tanti altri. Tra le riletture, Foucault, più passa il tempo e più mi sembra importante. Il ritorno di Vonnegut. E uno straordinario libro che non avevo ancora letto, scritto nel 1924, il Ballo del conte d’Orgel di Radiguet.

I più grandi amici e i più grandi nemici dei libri.
I grandi amici sono i lettori, i librai, i treni, le amache, le biblioteche. I più grandi nemici sono quelli come il nostro Premier Bugiardo Incapace e Fascista, che si vanta di non leggere un romanzo da venti anni. Sei libero di non leggere, ma non di rivendicarlo. Allora vuole dire che hai paura dei libri, della loro complessità e libertà. Infatti in Italia il grande nemico del libro è la televisione.

Scrittore, autore di spettacoli, attore, regista, professore: cosa ti diverte di più?
Scrivere libri è ancora la cosa che amo di più. Anche certe letture in teatro, come ad esempio Lolita, mi piacciono molto, ci metto molta passione. Sono lì a far amare un libro che non è il mio, anzi è molto meglio dei miei: dura prova per la vanità di un artista.

Una persona che avresti voluto conoscere.
L’inventore del fuoco.

Avevi pronosticato che Berlusconi 2, la vendetta, non sarebbe durato molto più di Berlusconi 1, ma stavolta purtroppo la profezia non si è avverata. Perché? E il berlusconismo sopravviverà a Berlusconi?
Berlusconi è un morto fardato che cammina, ha già fallito, è stato incapace di capire la complessità del paese, governa per un pugno di ricchi, ha tradito ogni promessa e dovere, ha mentito decine di volte, esiste solo quando dice cazzate, perciò le dice in continuazione. Non è più maggioranza nel paese, e lo sa. Ma lo tengono in piedi la mafia dei rapporti economici, nonché la debolezza e la vocazione al compromesso della sinistra istituzionale. In qualsiasi altro paese si sarebbe già dimesso, o costretto a dimettersi. Nessuno ha davvero il coraggio di cacciarlo via. Questo non lo potevo prevedere. Poiché è in crisi, sta cercando di portare il nostro paese, come atto finale, verso una morbida, velenosa guerra civile. Finirà male, malissimo, e dovrà pagare tutto. Non con spari e sangue, questi metodi li lasciamo a lui e al suo padrone Bush. Finirà con la vergogna, e l’evidenza della sua miseria. Vedremo grandi rivolgimenti di giacche, trasformismi e abiure. Cosa ci sarà dopo? Qualcos’altro. Non so però se sarà democrazia, centro-sin-destra, Casini-dalemismo, guerre insane o la sauna finale del mondo. Anzi lo so, ma non lo dico.

Stanno facendo di tutto per rendere invivibile il mondo: riusciremo a fermarli? A che condizioni?
Ognuno di noi non abbia paura, continui a sperare, stia attento agli altri, pensi con la sua testa, faccia qualche rinuncia, qualche sacrificio, sia sexy e troverà ogni giorno qualcosa di prezioso da fare, imparare, insegnare. Il mondo è vecchio e tosto, si difenderà anche da solo. Kimala è con noi.


Parte uno — Domande dei sitisti

Perché non sei contento della pubblicità che la Feltrinelli fa al tuo libro? (Eli)
Non di tutta, solo di quella del “libro-fazzolettino”. Il totem nelle librerie ad esempio mi piace. Ma è un discorso lungo.

In che modo l’avventura diventa salvifica nella vita? (Eli)
L’avventura è il contrario del prevedere tutto, è vivere le cose senza pensare a guadagno e perdita, è preferire lo stupore alla certezza, è medicina contro il razzismo, è dubbio fertile, è cercare gioia anche al di fuori di un supermercato. Non sto parlando solo dell’Amazzonia, anche del vostro quartiere, o di un amore o di un libro.

Qual’è il rapporto tra avventura, istinto, fiducia in sé stessi e immaginazione? (Eli)
Contraddittorio, complicato, perverso, confuso, disordinato. Bello, no?

Quanto credi di essere andato controcorrente nella vita e nella scrittura? E perché lo hai fatto? (Eli)
Non sono andato controcorrente per pura testardaggine o ideologia, ma per necessità. Ho cercato di essere libero come uomo e unico come artista. A volte ci sono riuscito a volte no. L’ho fatto perché ho avuto degli esempi, dai libri, dalle donne, dagli amici.

Credi nella capacità di riscatto dei “falliti” nella vita? (Eli)
Chi soffre non è fallito. Se sa imparare, se riesce a non separarsi dagli altri, alla fine non sarà uno sconfitto. Fallisce solo chi annega nell’indifferenza, anche se è miliardario o Vip o generale vincitore.

Questa escursione nella fanta-mitologia è casuale o la ritieni l’inizio di un nuovo filone (non quello di Ariannone, si intende!)? In buona sostanza, ti ritieni il De Crescenzo dei poveri, hai ambizioni di divulgatore mitologico-letterario, o...? (Pannolino De Linis)
Fanta-mitologia? Si vede che non hai letto il libro, saresti un ottimo critico o un ottimo premier.

Quando scrivi hai in mente un certo tipo di lettore? (Lucio)
Ormai i miei lettori li ho visti e conosciuti, in tanti anni. Credo di avere degli ottimi, variegati, pazzi, inetichettabili (e numerosi) lettori. Ma quando inizio un libro agiscono forze misteriose e passionali, e in quel momento i lettori, per un istante, scompaiono.

Cosa pensi della violenza e dell’autodifesa, se c’è un limite tra le due cose... e se non mi rispondi ti spacco il culo! (Marco Salidu)
Un partigiano del mio paese mi disse: il giorno che abbiamo preso le armi, è stato un brutto giorno. Il problema della violenza, come quello della guerra, non può essere costretto in una formula, in protocollo, in un giudizio estendibile. Ogni volta si pone in modo diverso, e ogni volta diverse sono le responsabilità e gli esiti. Ogni volta è necessario ricominciare a discutere dolorosamente. Personalmente, non ho mai compiuto un vero atto di violenza, ma non escludo che potrei usare un’arma per salvare la democrazia, o per difendere una persona a cui voglio bene. Ma ripeto, ogni volta è diverso, ogni volta ricomincia un attento, difficile giudizio, ogni volta potrebbe essere “un brutto giorno”. “Se non mi rispondi ti spacco il culo” è una frase diversa ad esempio, se la dice Marco Salidu o se la dice Bush. Almeno spero.

A chi si avvicina di più il Lupo in questo libro? Ulisse, Achille, Penelope (lo escluderei), Agamennone, i Proci o Ettore il barista del Roxy Bar? (Massimo “Moira”)
Tutti insieme.

Ti piacerebbe poter dire tutto e il contrario di tutto a tutti ed essere tuttavia credibile o quantomeno creduto? (Fabio Monari)
Perché, esiste qualcuno così? Ma dai!

Hai mai cambiato davvero idea su qualcosa? (Joe Falchetto)
No, mai. Anzi, sì. Aspetta, adesso che ci penso bene, no, mai. Per quanto una volta sì... Ma tutto sommato direi di no. Anzi sì, certamente sì. Ma cosa dico, no. Però sì, in fondo...

Per leggere la seconda parte dell’intervista, clicca qui...

 
scritto da redazioneparnaso | 20:48 | commenti (1)

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giovedì, 08 luglio 2004


categoria:witold gombrowicz
 
Witold  Gombrowicz
Witold Gombrowicz (1904-1969), considerato il più grande scrittore polacco del secolo, secondo Milan Kundera è da annoverarsi fra i maggiori romanzieri contemporanei dopo Proust. Nato a Maloszyce e vissuto a Varsavia fino allo scoppio della guerra, abitò a Buenos Aires per venticinque anni. Di ritorno in Europa, si fermò a Berlino e in Francia.

Una biografia

1904: Nasce a Maloszyce a 200 Km da Varsavia
1915: La famiglia si sposta a Varsavia;
1926: Laurea in Legge;
1927: Soggiorna in Francia;
1933: Pubblica Memorie del periodo dell'immaturità (titolo mutato nel 1956 in: Bacacay);
1938: Pubblica Ivona principessa di Borgogna sulla rivista "Skamander";
1938: Pubblica: Ferdydurke. Viaggio in Italia;
1939: Pubblica a puntate su un giornale Gli indemoniati. Parte per Buenos Aires sulla nave Chrobry. Dichiarazione di guerra. Si stabilisce in Argentina. Pubblica articoli sulla stampa locale;
1947: Pubblicazione di Ferdydurke e di Il matrimonio in spagnolo. Comincia a lavorare per il Banco Polaco di Buenos Aires;
1951: Comincia a collaborare a "Kultura", rivista degli emigrati polacchi a Parigi;
1953: "Preuves" pubblica una prima critica su Ferdydurke e degli estratti di Trans-Atlantico. Pubblicazione in polacco di Il matrimonio e Trans-Atlantico;
1955: Lascia il lavoro al Banco Polaco e vive dei suoi diritti d'autore;
1957: Pubblicazione del primo volume del Diario (1953-1956) in polacco; le sue opere scompaiono dalla Polonia fino al 1986;
1960: Pubblicazione in polacco di Pornografia.
1962: Pubblicazione del secondo volume del Diario (1957-1961) in polacco
1963: Lascia l'Argentina. Soggiorna a Berlino ovest invitato dalla Fondazione Ford;
1964: Lascia Berlino. Viene messo in scena Il matrimonio da Jorge Lavelli al Théatre Récamier a Parigi. Passa qualche tempo a Royaumont, a Pairigi e poi si stabilisce a Vence, in Provenza;
1965: Pubblicazione di Cosmo in polacco;
1966: Pubblicazione del terzo volume del Diario (1961-1966) in polacco
1967: Pubblicazione di Operetta in polacco;
1969: Il 24 luglio muore a Vence

Cosmo, Universale Economica, Euro 7, Impronte, Euro 12,91



Testamento, Le Comete, Euro 20



Una giovinezza in Polonia, I Narratori, Euro 16,53



Pornografia, I Narratori, Euro 13,43



Ferdydurke, Universale Economica, Euro 8, I Narratori, Euro 17,04



Bacacay, Impronte, Euro 12,91

scritto da redazioneparnaso | 11:46 | commenti

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martedì, 06 luglio 2004


categoria:letteratura italiana, erri de luca
 

Opera sull'acqua e altre poesie Einaudi
«Per chi scrive storie all'asciutto della prosa», dice De Luca introducendo questo suo primo libro di poesia, «l'azzardo dei versi è il mare aperto... È che a cinquant'anni un uomo sente di doversi staccare dalla terraferma e andarsene al largo».

Bibliografia di Erri De Luca
Bibliografia commentata di Erri De Luca.

Il contrario di uno Feltrinelli
18 racconti e un poemetto in versi. Cinque sono apparsi nella piccola raccolta I colpi dei sensi (Fahrenheit 451, Roma 1993). Una partitura a segmenti narrativi per raccontare come "il due è contrario di uno".

L'ultimo viaggio di Sindbad Einaudi
Dopo il suo fortunato libro di poesia, Erri De Luca ha scritto una seconda «opera sull'acqua», questa volta in forma di racconto teatrale.

Opera sull'acqua e altre poesie Einaudi
«Per chi scrive storie all'asciutto della prosa», dice De Luca introducendo questo suo primo libro di poesia, «l'azzardo dei versi è il mare aperto... È che a cinquant'anni un uomo sente di doversi staccare dalla terraferma e andarsene al largo».

Montedidio Feltrinelli
E se i napoletani fossero una delle dieci tribù perdute di Israele? Dalla Napoli di Montedidio, da Don Rafaniello, da Mast'Errico e dai ragazzi di strada la forza aspra e quotidiana dei sentimenti, la forza simbolica delle immagini.

Tre cavalli Feltrinelli
La storia di un ragazzo che, giunto in Argentina per amore, combatte contro la dittatura che gli ha ammazzato la moglie.

Tu, mio Feltrinelli
La storia vissuta da un giovane in un’estate del dopoguerra. Il passaggio duro all’età adulta attraverso l’incontro con un ragazza più grande di lui e l’elaborazione della sofferenza per la morte del padre.

Non ora, non qui Feltrinelli
Un’infanzia che non tornerà più, lo sfondo di Napoli, lo struggimento di una vita che ci rende estranei a noi stessi, e al nostro passato.

Una nuvola come tappeto Feltrinelli
L’invito dell’autore a leggere la Bibbia non spogliandola del suo aspetto divino, ma cercando in ogni passo ciò che è stato scritto per noi, per lasciarci trovare tra quelle righe

Alzaia Feltrinelli
Raccolta dei corsivi scritti dall'autore per il quotidiano Avvenire.

In alto a sinistra Feltrinelli
Giovinezza a Napoli, fra lavoro operaio e ricerca di altro.

Aceto, arcobaleno Feltrinelli
Un eremita dai capelli ormai bianchi rievoca tre figure di amici di gioventù. Il primo è stato terrorista e muratore, il secondo ha scelto la via della religione, il terzo è un vagabondo.

Vita di Sansone (a cura di) Feltrinelli
La storia di Sansone, narrata nei capitoli 13, 14, 15, 16 del settimo libro dell’Antico Testamento, Giudici / Shoftìm, nella traduzione dall’antico ebraico di Erri De Luca.

Libro di Rut (a cura di) Feltrinelli
Dall'amore di Rut per il popolo di Israele, dalla sua naturale e viscerale capacità di attaccamento, dal suo accanimento di maternità, verrà la storia di madre israelita, feconda per il ceppo di Davide fino al messia.

L’Eccelsiaste (a cura di) Feltrinelli
La provvidenza ha voluto che questo libro rientrasse nel canone sacro. Lo si legge per grazia di questa assunzione, ma sempre un lettore si chiede cosa ci stia a fare Kohèlet nell'Antico Testamento. E si risponde, se crede: "amen", verità.

Giona/Ionà (a cura di) Feltrinelli
Traduzione e interpretazione del libro della Bibbia: racconta di Giona che trascorre tre giorni e tre notti nella pancia di una balena.

Esodo/Nomi (a cura di) Feltrinelli
Una grande impresa letteraria e filologica: lo scrittore traduce e commenta il libro più suggestivo dell'Antico Testamento: Nomi (conosciuto poi come Esodo).

Nocciolo d'oliva Terracielo
Una raccolta di racconti.




















































scritto da redazioneparnaso | 16:54 | commenti

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sabato, 03 luglio 2004


categoria:letteratura americana, joe lansdale
 

La notte del drive-in

Joe R. Lansdale, La notte del drive-in (Drive-in - Drive-in 2 (Not just one of them sequel)) - HORROR - Einaudi - Stile libero - 2004 - traduttore: Vittorio Curtoni, Delio Zinoni - pagine 342 - prezzo 11,00 euro - giudizio: buono

Due romanzi in un solo libro. Due storie davvero sopra le righe finalmente riunite e restituite al pubblico con una nuova pubblicazione arricchita dalla postfazione di Niccolò Ammaniti.
L’Orbit è un immenso drive-in del Texas che si prepara ad accogliere una moltitudine di cinefili appassionati d’horror per una lunga maratona notturna di film trash e pulp. L’attenzione si concentra su un gruppo di quattro adolescenti accorsi come tanti altri ad assistere al grande evento. Rimasto intrappolato nel drive-in in seguito all’arrivo di (nientepopòdimenoche) una cometa, questo disperato scampolo di umanità dovrà fare i conti con tutta una serie di disagi derivanti dalla convivenza forzata nel regno del Re del Popcorn. Questo strabiliante personaggio, che rappresenta lo sfrenato consumismo dell’uomo moderno, non tarderà a spaventarvi.
Joe Lansdale si diverte come un pazzo a trascinarci nel suo spassosissimo delirio fatto di alieni, dinosauri meccanici, la fine del mondo e altre scene degne del più assurdo B-movie mai realizzato.
Il drive-in diventa un set cinematografico vero e proprio, trasformando gli spettatori in attori involontari. La narrazione è veloce, senza tanti fronzoli, scatenata. Una sfida continua dell’autore a trattenerci tra le sue bizzarre fantasie. Impossibile limitarsi a descrivere questo libro come strano. Divertente, violento, spiazzante. Ma ancora non basta. Qui c’è il classico di-tutto-di-più, un micidiale mix di comicità e terrore, un frullato letterario delle immagini truculente tipiche dei film anni ’70 e ’80. Vi attende un regno fantastico senza regola alcuna, il quadro tragicomico di una natura umana resa selvatica dall’istinto di sopravvivenza. Non è un romanzo per chi ama le storie horror che seguono una certa logica. La sospensione dell’incredulità è messa a dura prova, ma lo stile vivace di Lansdale e la sua più che fervida immaginazione riescono puntualmente, pagina dopo pagina, a stregarci. Vi affezionerete ai suoi eccentrici personaggi e riporrete il libro con la sensazione di essere passati attraverso le stanze di un manicomio.
Piacevole sensazione, a parer mio.

Autore: Laura Cherri - Data: 24 maggio 2004




scritto da redazioneparnaso | 16:30 | commenti

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categoria:letteratura americana, joe lansdale
 

JOE R. Lansdale: Maneggiare Con Cura

(Fanucci, pp. 346, € 14,90)


Camaleontico e prolifico, Joe R. Lansdale, nato in Texas nel 1951, figlio di un meccanico analfabeta che si guadagnava da vivere con gli incontri di wrestling, è autore di una ventina di romanzi e di un numero imprecisato di racconti (dimensione nella quale ha più volte sostenuto di trovarsi a suo agio). Una produzione sterminata, con incursioni nei filoni più disparati, che gli ha fruttato cinque Bram Stoker Awards, il British Fantasy Award e l’American Mystery Award, più le benedizioni autorevoli di Stephen King e Robert Bloch.

La bella antologia appena pubblicata da Fanucci nella collana AvantPop, farà felici quanti da noi conoscono Lansdale per le visionarie storie a fumetti di Preacher, per i romanzi La Notte del Drive-In (apparso per la prima volta in Italia nel 1988 sulla rivista Urania della Mondadori, poi ristampato da Einaudi); Freddo a Luglio (Phoenix); Il Mambo degli Orsi (Einaudi); Mucho Mojo (Bompiani); Fiamma Fredda (Il Giallo Mondadori), oppure attraverso le ripetute dichiarazioni di stima di un fan d’eccezione quale Niccolò Ammaniti.

Risulta invece impossibile inscatolare l’intera produzione di Lansdale all’interno di un genere: thriller, pulp, horror, sf, commedia nera, western, romanzo storico, satira sociale. Spiazza i critici, afferma di essersi nutrito in egual misura e in maniera lucidamente disordinata di letteratura alta e bassa (da Twain a Faulkner, passando per Edgar Rice Burroughs), di comics, riviste porno e di tanto cinema di serie B con vampiri, mostri mutanti venuti dallo spazio, morti viventi e kung-fu. L’ultima fatica, apparsa in patria nel 2001 è il romanzo Zeppelin West ed ha come protagonisti il Capitano Nemo, Buffalo Bill (con annesso circo), il dottor Moreau e la creatura di Frankeinstein. Pazzesco? Godibilissimo! Un magma che ribolle in queste tredici storie (più i due brevi saggi L’ inferno visto dal parabrezza ed Eccitarsi per l’horror: emozioni a basso costo) tradotte da Umberto Rossi e accompagnate da una esaustiva postfazione di Luca Briasco e Mattia Carratello. Si comincia con L’arena, cupa vicenda di un uomo finito per sbaglio in un villaggio rurale i cui abitanti si dilettano a ridurre qualsiasi forestiero gli capiti a tiro al rango di schiavo/gladiatore, poi si prosegue alla grande con il gore spassoso, tarantiniano di Girovagando nell’estate del ’68, avventura di tre giovani balordi alla ricerca di una notte brava (lo stesso spunto dal quale più avanti partirà La notte che si persero il film dell’orrore). Commuovono invece l’apocalittico Piccole suture sulla schiena di un morto (fine del mondo, zero possibilità di farcela, un uomo in preda ai rimorsi), I treni che non abbiamo preso e Non viene da Detroit, tre riuscite incursioni nella sfera dei rapporti uomo-donna (altrove si parla esclusivamente di scopate).

Di sicuro, i libri di Lansdale non sono consigliati a chi ha avuto qualche difficoltà a farsi travolgere dall’horror grottesco di Dal Tramonto all’Alba di Robert Rodriguez (ma anche dal torrido U-Turn di Oliver Stone) e prova ancora imbarazzo a farsi sorprendere dai conoscenti con un classico di Stephen King tra le mani (male, molto male!). Viscerale, anarchica, corrosiva, la voce di questo geniale scrittore ha i colori della Pop Art e delle pellicole di Roger Corman addizionati alla fresca linfa che scorre nelle pagine di David Foster Wallace e Mark Leyner (ok, quest’ultimo è il più ‘suonato’ tra tutti, non si discute). Partirete da Maneggiare Con Cura e non tornerete più indietro, per nessuna maledetta ragione al mondo, ai vostri amati (Ex) Giovani Scrittori Che Scrivono Struggenti Romanzi Di Formazione.

P.S. Buon Viaggio!






scritto da redazioneparnaso | 16:04 | commenti

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categoria:letteratura americana, joe lansdale
 


Titolo La sottile linea scura
Autore Lansdale Joe R.
Prezzo di copertina € 14,00
Anno 2004
Editore Einaudi
Collana Einaudi tascabili. Stile libero big

C’è un limite massimo oltre il quale Tom Sawyer e Huck Finn non riescono a far presa più di tanto sui lettori. Il limite è quello dei tredici anni, poi il bisogno di tuffarsi in altre letture diventa più che naturale. Con rare eccezioni (al momento mi viene in mente solo Salinger), gli scrittori che - talora con la scusa della svolta stilistica - si intestardiscono a sfornare romanzi incentrati sulle scoperte fondamentali di un ragazzino, puzzano di ultima spiaggia già al secondo tentativo. Lansdale, per esempio. Immenso ne La Notte del Drive-In, nell’eccellente prova noir di Fiamma fredda e nella raccolta di racconti Maneggiare con cura, perversamente soporifero in cose come In fondo alla palude (recentemente ristampato da Fanucci) e quest’ultimo A Fine dark line, tomo di 300 pagine intriso di malinconiche rievocazioni della provincia texana anni Cinquanta tutta brillantina, primi rock’n’roll e Cadillac rombanti.

Stanley Mitchell jr., voce narrante del romanzo, è un tredicenne tontolone davanti al quale Harry Potter farebbe di sicuro la figura del playboy navigato. Stanley ha appena smesso di credere a Babbo Natale e per lui è dura aprirsi un varco nella mente per farci entrare i misteri del sesso. Il suo migliore amico è un coetaneo che non si lava mai i capelli e ha la disgrazia di essere figlio di un predicatore violento. Stanley si ingozza di hamburger, patatine, limonata, poi corre da qualche parte in bicicletta con il fido Nub (povero cane, rischia ripetutamente la vita per colpa dell’imbecillità del padrone). Le strade sono quelle della sonnacchiosa Dewmont, l’anno è il 1958 e per la popolazione di colore c’è la solita scodella di merda razzista da mandare giù. Stanley legge Adventure Comics, Challenger of the Unknown, Superman’s Girlfriend Lois Lane e i romanzi di Edgar Rice Burroughs. Quando il padre fa un macello dopo aver trovato un preservativo usato nella stanza della figlia maggiore, lui fatica di brutto a capire come possa un adulto perdere le staffe per via di un palloncino. Scenetta divertente, d’accordo. Il problema è il resto (l’episodio accade a pagina 19). Troppo debole e convenzionale l’impianto. Troppo stereotipato questo protagonista che si imbatte in cattivi di carton gesso (il nero Bubba Joe) e gioca al giovane detective ficcando il naso in storie di fantasmi da filmetti disneyani genere La Maledizione della prima luna.

È il Lansdale migliore? No.

Se la qualità della scrittura è alta, l’ispirazione langue nella secca di un trend editoriale che si rivolge tanto ad un target giovanile quanto a quella porzione di pubblico adulto che riesce ad accostarsi ad autori come Niccolò Ammaniti o Stephen King solo in presenza di lavori ‘leggeri’ (Io non ho paura, per il primo; Stand by me e Il Miglio verde per il secondo). L’uscita parallela del lungo racconto Bubba Ho-Tep (Addictions, traduzione di Seba Pezzani) è sicuramente preferibile: 89 pagine di genuina follia ‘uncensored’ che in America ha ispirato un film indipendente di Don Coscarelli (Phantasm) con Bruce Campbell (Evil dead 1,2,3). Se volete Lansdale, il texano fuori di testa maestro dell’intrattenimento, cercatelo lì e lasciate pure questo libro alle signore di mezza età che hanno amato alla follia Io non ho paura e sono inorridite leggendo Fango.

(N.G.D’A)










scritto da redazioneparnaso | 16:02 | commenti

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categoria:letteratura americana, joe lansdale
 
j o e   r.  l a n s d a l e

a cura di Fapbat

Da dove viene la capacità di raccontare storie "mojo"?
Ossia: come si fa ad imparare a mischiare tra di loro generi differenti come l'horror, la suspense, lo humor, la science fiction, il western e qualunque altra cosa?
Prima regola: devi girare il mondo. Esattamente come ha fatto il miglior scrittore mojo in circolazione, Joe R. Lansdale, che ha vissuto ovunque tra Gladewater (Texas) e Mount Enterprise (Texas) e Nacogdoches (Texas)!

"Il Texas è cosi intriso di mito e leggenda, che non è affatto facile capire come lo Stato e la sua gente realmente siano", dice Lansdale. "I veri Texani, cresciuti con questi miti e leggende, spesso diventano leggende essi stessi. La verità è che il Texas e la sua gente sono molto di più di quanto la gente indichi usando il termine America. Nessuno stato rappresenta meglio del Texas lo spirito d'indipendenza, l'attitudine al far da sÈ propria degli Stati Uniti".

Il secondo ingrediente per una buona narrazione mojo, è imparare come incassare un pugno. O un calcio. O un cazzotto nell'occhio. E naturalmente imparare anche ad evitarli...
Lansdale è uno studioso di arti marziali da più di trent'anni. » entrato nella International Martial Arts Hall of Fame per ben due volte, un onore che gli deriva dal fatto di essere l'inventore della Martial Science of Shen Chuan. Detiene cinture, tra le altre, in Daito Ryu Aikijujutsu, Combat Hapkido, American Combat Kempo e Aikido. Il suo giorno standard è composto da sei ore alla macchina da scrivere e tre nel Lansdale's Self Defense Systems, lo studio di arti marziali di cui è proprietario e dove insegna...

Con più di 20 libri e 200 racconti all'attivo, Joe R. Lansdale è il campione dei narratori mojo.
Il Texas Monthly dice di lui che è "lo Stephen King del Texas"; il Booklist lo definisce "un immenso talento"; Robert Bloch lo ritiene "un narratore nato" e il New York Times Book Review dichiara che egli ha "un occhio particolare per la descrizione dei dettagli e un senso del ritmo da front-porch raconteur (letteralmente: chi racconta storie in veranda).
Ha vinto un mucchio di premi, tra cui cinque Bram Stoker Horror Award, un British Fantasy Award, un American Mystery Award e un New York Times Notable Book Award. Ha sicuramente il camino più decorato di tutta Nacogdoches!

Lansdale vive a Nacogdoches (Texas) con sua moglie Karen - una scrittrice ed editrice occasionale - e i loro figli, Keith e Kasey.

Bibliografia

ROMANZI
badchili.jpg (22547 byte)
  • Act of Love (1980, thriller)
  • The Nightrunners (1983, dark suspense)
  • Texas Night Riders (1983, western)
  • Dead in the West (1986, horror/western. Riproposto nel 1994 in un'edizione illustrata da Stephen Bissette)
  • The Drive-In (1988, horror)
  • Magic Wagon (1988, western con elementi fantastici)
  • Cold in July (1989, dark suspense)
  • The Drive-In 2 (1989, horror)
  • Savage Season (1990, suspense, primo romanzo del ciclo di Hap Collins e Leonard Pine)
  • Batman: Captured by Engines (1991, suspense)
  • Batman in Terror on the High Skies (1992, suspense per ragazzi)
  • Mucho Mojo (1994, suspense, romanzo del ciclo di Hap Collins e Leonard Pine)
  • Tarzan: The Lost Adventure (1995, romanzo a puntate su Tarzan, tratto da un testo di Edgar Rice Burroughs)
  • Two-Bear Mambo (1995, suspense, romanzo del ciclo di Hap Collins e Leonard Pine)
  • Bad Chili (1997, suspense, romanzo del ciclo di Hap Collins e Leonard Pine)
  • The Drive-In: A Double-Feature Omnibus (1997, horror)
  • Texas Night Riders (1997, western)
  • The Boar (1998, dramma d'epoca)
  • Rumble Tumble (1998, suspense, romanzo del ciclo di Hap Collins e Leonard Pine)
ANTOLOGIE
  • By Bizarre Hands (1989, racconti horror)
  • New Frontier (1989, racconti western)
  • Stories by Mama Lansdale's Youngest Boy (1991, racconti horror/suspense)
  • Bestsellers Guaranteed (1993, racconti fantastici)
  • Electric Gumbo (1994, racconti horror/suspense, con alcune parti non-fiction)
  • Writer of the Purple Rage (1994, racconti horror/suspense)
  • Fist Full of Stories (and Articles) (1996, racconti e articoli)
  • The Good, the Bad & the Indifferent (1997, racconti vari)
  • Private Eye Action As You Like It (1998, racconti del mistero di Lansdale e Lewis Shiner)
ALTRO
  • The Best of the West (1989, antologia di racconti western a cura di Lansdale)
  • Razored Saddles (1989, antologia di racconti fanta-western a cura di Lansdale e Pat LoBrutto)
  • Dark at Heart (1992, antologia di racconti crime/suspense a cura di Joe e Karen Lansdale)
  • Weird Business (1994, antologia di racconti horror a cura di Lansdale e Richard Klaw)
  • West That Was (1994, saggio sul West a cura di Lansdale e Thomas Knowles)
  • Wild West Show (1994, saggio sul West a cura di Lansdale e Thomas Knowles)
FUMETTI
  • L'agguato (Drive By, Dark Horse 1992, storia breve pubblicata su Hard Looks n.5, adattamento di un racconto di Andrew Vachss), disegni di Gary Gianni. Pubblicato in Italia dalla General Press su Il Corvo Presenta n.9 (pubblicazione attualmente edita dalla Magic Press)
  • Dead in the West (Dark Horse 1993, miniserie di 2), storia di Lansdale e Neil Barrett, Jr., disegni di Jack Jackson, copertine di Timothy Truman
  • Jonah Hex: Two-Gun Mojo (id., DC-Vertigo 1993, miniserie di 5), disegni di Timothy Truman e Sam Glanzman. Pubblicato in Italia dalla Magic Press in volume unico
  • By Bizarre Hands (Dark Horse 1994, miniserie di 3)
  • Lone Ranger And Tonto (Topps Comics 1994, miniserie di 4), disegni di Timothy Truman
  • Edgar Rice Burroughs' Tarzan: The Lost Adventure (Dark Horse 1995, miniserie di 4, versione illustrata di un racconto di Burroughs)
  • Jonah Hex: Riders Of The Worm And Such (DC-Vertigo 1995, miniserie di 5), disegni di Timothy Truman e Sam Glanzman
  • Atomic Chili: The Illustrated Joe R. Lansdale (1997, graphic novel)
  • The Elopment (DC-Vertigo 1997, storia breve pubblicata su Weird War Tales n.2), disegni di Sam Glanzman
  • Blood And Shadows (DC-Vertigo 1998, miniserie di 4), disegni di Mark A. Nelson
  • The Initiation (DC-Vertigo 1998, storia breve pubblicata su Gangland n.4), disegni di Tony Salmons
  • The Spirit
  • The New Adventures n.8 (Kitchen Sink 1998)
  • Jonah Hex: Shadows West (DC-Vertigo 1998, miniserie), disegni di Timothy Truman e Sam Glanzman
  • Dog, Cat and Baby (1998, storia breve per l'antologia Murder by Crowquill), disegni di Timothy Truman
  • Uncle Hoodoo (DC-Vertigo 1998, storia breve per un'antologia), disegni di Timothy Truman

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scritto da redazioneparnaso | 15:59 | commenti

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categoria:letteratura americana, joe lansdale
 

Titolo La sottile linea scura
Autore Lansdale Joe R.
Prezzo di copertina € 14,00
Anno 2004 
Editore Einaudi
Collana Einaudi tascabili. Stile libero big

 

Nell'afosa estate texana del 1958, il tredicenne Stanley Mitchell lavora nel drive-in del padre, e mette il naso in un segreto che doveva rimanere celato. E la "perdita dell'innocenza" di Stanley, in quell'estate in cui il mondo per lui cambia per sempre, coincide con il miracolo di una resurrezione davvero magica. In perfetta naturalezza, Lansdale ricrea le voci, il sapore, la vita, di un tempo scomparso del tutto, come non fosse mai esistito. La "sottile linea scura", che segna per Stanley la scoperta del male del dolore e della morte insieme con l'esplosione del sesso e la consapevolezza del conflitto razziale, diventa la parete trasparente da varcare per immergerci in quegli anni Cinquanta lontani ormai come la preistoria.

 

scritto da redazioneparnaso | 14:44 | commenti

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